Poche parole, reintegro immediato dei 5 licenziati Fiat

DSC_0005La vergognosa vicenda del licenziamento dei 5 compagni della Fiat di Pomigliano ha aggiunto oggi un nuovo tassello al mosaico raccapricciante che da anni ormai stanno realizzando Marchionne, padronato, sindacati asserviti e forze dell’ordine, all’appello mancherebbe solo la chiesa e le banche per concludere il peggio dell’universo massonico.

La storia forse non è nota a tutti e merita di essere brevemente descritta. La scorso mese di giugno 5 compagni del Comitato di lotta cassaintegrati e licenziati Fiat, dopo aver inscenato una finta impiccagione di un manichino raffigurante l’ad Sergio Marchionne all’esterno dei cancelli di Pomigliano (che seguiva il suicidio reale dell’operaia Maria Baratto, di cui è moralmente responsabile la stessa Fiat ed il suo primo dirigente) vengono licenziati in tronco per “aver infangato il buon nome dell’azienda”. Un’azione di repulisti dall’interno del movimento operaio pomiglianese, che seguiva decenni di reparti-confino, cassaintegrazioni prolungate e licenziamenti politici de facto, a cui i 5 compagni insieme ad altri membri del comitato si sono sempre opposti pubblicamente, finendo nella black list incrociata di padronato e sindacati gialli (FIOM su tutti).

La loro lotta però non si è esaurita con il loro licenziamento e da un anno oramai inscenano proteste e dure prese di posizioni nei confronti dei soggetti politici che hanno rubato la loro gioventù in fabbrica, per poi spedirli per strada per una semplice esibizione muscolare verso la classe lavoratrice, come le continue contestazioni al PD e al suo “ducetto” Renzi, verso le istituzioni locali pomiglianesi e per ultima l’eclatante salita sulla gru di Piazza Municipio da parte di Mimmo Mignano, durata per ben 5 giorni.

Oggi la giornata di lotta si è svolta al tribunale di Nola di fronte al giudice del lavoro che doveva esprimersi in merito al loro reintegro in fabbrica, in un clima apparso assurdo sin dal mattino.

E’ stato infatti impedito ai solidali accorsi all’esterno del tribunale da Napoli e Bologna (encomiabili i  facchini felsinei impegnati nelle lotte della logistica, pronti a scendere al fianco dei compagni napoletani) da parte di un esorbitante schieramento di blindati della polizia e digossini di poter accedere al tribunale, non di assistere al  processo ma proprio l’accesso in un luogo pubblico ed aperto a tutti come un palazzo di giustizia.

Altrettanto assurda la cornice in cui si è svolto il processo, come raccontatoci dagli stessi imputati del comitato di lotta, composta da ben 11 avvocati del collegio di difesa della Fiat e numerosissimi agenti della digos presenti in aula, con il chiaro intento di indirizzare la decisione giudiziaria su canali prettamente “politici”.

Emblematica l’accusa lanciata da uno dei legulei prezzolati dalla Fiat verso il giudice “Accogliendo come legittime questo tipo di proteste si potrebbe correre il rischio di tornare ad un clima da anni di piombo”…

Oramai il limite è stato superato e, tra leggi speciali, misure cautelari immotivate, perquisizioni a sorpresa e altri mille abusi, lo stato di diritto in questo paese è stato definitivamente sospeso, e giornate come quella di oggi lo confermano in pieno.

Alla fine della lunga giornata, il giudice si è riservato un tempo ulteriore per arrivare a formulare la sentenza (chiaramente non erano assicurate le condizioni di necessaria serenità nelle aule del tribunale nolano) e occorrerà essere presenti in tanti per quando ne sarà ufficializzata la data.

Da sempre al fianco di chi, seppur con declinazioni diverse, lotta per sottrarsi allo sfruttamento e al dominio continueremo a sostenere la battaglia di compagni che non ci stanno ad essere ridotti alla fame per le smanie fasciste di padroni, manager e governi, partiti e sindacati asserviti.

Per il reintegro in fabbrica di Antonio, Marco, Massimo, Mimmo e Roberto e per l’estensione delle lotte a chi un reddito non lo possiede ancora e lotta per ottenerlo e/o crearselo autonomamente.

ANTIFA VESUVIO

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